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REPAIRING una sfida creativa e anche un green job per la nuova generazione

Riciclare non basta più: verso un nuovo design della riparabilità.

STOP RECYCLING, START REPAIRING ! È l’invito con cui qualche anno fa Platform 21 lanciò il suo Repair Manifesto, diventato punto di riferimento per una tendenza sempre più diffusa ed attuale.
Si trattava di una serie di punti per riflettere non solo su un approccio consumista e su una mentalità “usa e getta” ma anche per mettere in evidenza i rischi dell’orientamento opposto, che puntava sul riutilizzo e sul riciclo ma che rischiava di rivelarsi, al di là delle ottime intenzioni, un boomerang. Infatti, per quanto resti fondamentale preoccuparsi della possibilità di riciclare i materiali con cui è realizzato un prodotto, ancora più importante è porsi il problema di quanto possa essere prolungata la sua durata.
Si torna così a rivalutare quell’abilità antica di riparare, aggiustare, far durare più a lungo possibile gli oggetti quotidiani, regalando loro una seconda vita. Una visione affine concettualmente, per molti aspetti, al movimento dei makers, che si va diffondendo come complemento del “do it yourself” e come passo successivo e necessario al recycling. Si tratta di un approccio che non investe solo il mondo degli oggetti di uso comune ma si estende anche al panorama urbano e alle città, come testimoniato da un libro uscito qualche anno fa a cura di Marco Navarra: “Repairing cities. La riparazione come strategia di sopravvivenza”.

Il londinese The Restart Project, ad esempio, fondato nel 2012 da Janet Gunter e Ugo Vallauri, punta a diffondere la cultura del repairing attraverso una serie di eventi che hanno coinvolto, solo nel primo anno di vita, oltre cinquecento persone, mentre Design Out Waste, un progetto dell’inglese Design Agency, propone diverse strategie – “ottimista”, “pragmatica” e “realista” – con cui affrontare il recupero dell’oggetto guasto o rotto. Il tutto accompagnato dalla diffusione in rete di consigli, video e tutorial per guide al repairing, anche queste tutte rigorosamente “fai da te”.
Per quanto riguarda il panorama italiano, è stato lanciato in occasione dello scorso Salone del Mobile un interessante progetto di ricerca nato dalla volontà di censire criticamente quanto si sta muovendo in tutto il mondo sul tema della riparabilità.

“R-Riparabile”, a cura di Frida Doveil, intende realizzare il primo repertorio sui nuovi modi del produrre e dell’usare, una mappatura in costante aggiornamento su strategie, tecnologie, progetti e programmi per una nuova cultura e una diversa logica della progettazione e del design.
È arrivato il momento di instaurare una nuova relazione con gli oggetti”, spiega Frida Doveil, “che restituisca valore agli oggetti stessi, alla fatica del produrli, all’intelligenza nel progettarli e alle conoscenze necessarie per permettere di conservarli”. Una ricerca aperta al confronto e attenta al dialogo con l’industria: “In questo scenario”, continua Doveil, “la riparabilità potrebbe diventare il cardine per indirizzare la produzione verso un nuovo paradigma, in cui ricambi, accessibilità, facilità di montaggio e smontaggio e perfino co-progettazione, diventino nuovi standard”.

fonte: Text by Anna Nosari
Photos by courtesy of Platform 21 – The Restart Project – Vitra Design Museum

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